Petrolio, un brutto che serve

Il petrolio? Non mi piace! E a chi potrebbe aggradare qualcosa di nero, vischioso, appiccicoso e sporco.

Ma ad oggi, e per i prossimi anni, è difficile che se ne possa a fare meno, considerato che il 90% delle attività umane ruota intorno ad esso. Non esisterebbe vita, moderna s’intende, senza petrolio. Se poi si vuol tornare al passato, a prima del 1850 quando in Usa cominciarono ad essere aperti i primi pozzi petroliferi ad uso redditizio, è un altro discorso.

Fermiamo le navi, che non vanno certo a vela; fermiamo gli aerei che non vanno certo a spinta alare; fermiamo le locomotive dei treni che non sono alimentate certo ad aria (ma a diesel); fermiamo i Tir, i camion, i mezzi pubblici, le auto che noi tutti prendiamo ogni santo giorno; spegniamo i nostri riscaldamenti. In una parola spegniamo il mondo! E con esso tutta l’economia: sarebbe la paralisi per ogni settore merceologico: dagli alimentari al lusso! Dimenticavo smettiamo anche di asfaltare le strade, perché sono fatte con il bitume che si ricava dal petrolio.

Un assaggio (piuttosto inquietante però per essere solo un assaggio) di quel che accadrebbe lo si ha quando gli autotrasportatori scioperano per più di qualche giorno.

Eppoi una chiosa: chi si oppone al traffico petrolifero ed allo sfruttamento dei giacimenti di casa nostra per ragioni ambientaliste dovrebbe opporsi alle estrazioni ed ai traffici in tutta la terra. Se un elemento è nocivo, brutto-sporco-cattivo lo è dappertutto, non solo in Italia. Come dire: noi non produciamo petrolio perché fa schifo e fa male; ma importiamo quello libico, russo, arabo, africano, cinese, indiano, americano… tanto che ce frega se inquinano a casa loro!

E poi vorrei vedere tutti questi osteggiatori comportarsi nella vita quotidiana coerentemente con le loro posizioni: niente auto, niente riscaldamenti, niente voli aerei, niente crociere, niente approvvigionamenti di cibo ed affini mediante trasporti su gomma o via mare. Che si astengano, insomma, da ogni bene e servizio che abbia a che fare con il petrolio. Praticamente da tutto!

E ricordiamo che non esiste attività umana che non abbia ricadute negative sull’ambiente.

Cari signori qui bisogna decidere: o l’Italia è un Paese industriale o non lo è. O siamo la seconda manifattura in Europa, dopo la Germania alla quale siamo vergognosamente proni, e lottiamo per continuare ad esserlo o dichiariamo la resa. Se poi si vuol lasciare campo libero ai teutonici e cedere il passo ad altre nazioni, che sono lì lì in agguato, lo si dica apertamente. Ma si badi bene che smantellare l’industria e la manifattura per gli indicatori economici internazionali vuol dire impoverirsi, si traduce in perdita di Pil, di crescita e, pertanto, aumento del già vertiginoso debito pubblico. Qui si scherza davvero con il fuoco.

Che dire per esempio della Norvegia? E’ il primo produttore ed esportatore di petrolio dell’Europa occidentale (tre milioni di barili al giorno per  1 miliardo di euro di ricavi), il terzo esportatore mondiale dopo Arabia Saudita e Russia, nonché di gas e di energia idroelettrica!!! Un settore che dà lavoro ad oltre 80mila persone e che rappresenta il 25% del Pil. Ah, chiaramente la Norvegia resta una delle mete turistiche più gettonate dell’ Europa per le sue intatte bellezze naturali! Chissà come sia possibile con tutto quel petrolio! Non si è mai sentito che vogliano mettere al bando questa fonte di ricchezza! Il merito, ovviamente, è del rigorosissimo sistema di controlli sia sugli impianti a mare che di lavorazione a terra, con un’elevata tassazione a carico delle compagnie, i cui benefici si riversano su tutta la Nazione. 

Non azzardiamo neanche il paragone con Cina, India e Paesi arabi che fanno e disfano nel mondo a loro uso e consumo e che hanno comprato e totalizzato intere città, squadre di calcio e pezzi di Stato e di industria in ogni dove, GB docet! Non a caso l’80% dei Paesi ricchi sono quelli che hanno petrolio e gas.

Si vuol di vivere solo di turismo, cultura, pizza e mandolino? Perfetto, ma si conterà meno di zero nello scacchiere internazionale e davvero il Paese continuerà ad essere minacciato da speculazioni internazionali, più che in passato. Si finirà come la Grecia, ridotta al rango di succursale tedesca, costretta a vendere alla Fraport di Francoforte ben 14 aeroporti ed è del mese scorso la notizia della firma del contratto di cessione del Pireo, il porto di Atene, alla cinese Cosco. E così i cinesi avranno una loro emanazione diretta proprio sul Mediterraneo e potranno invaderci meglio con la loro mercanzia pericolosa da quattro soldi! 

Si rischia di divenire il luogo di “svernamento” dei nuovi coloni del Nord Europa e dell’Oriente. A proposito, anche i turisti si muovono grazie all’oro nero.

Ma ritorniamo al quid iniziale, cioè la contingente e cogente essenzialità del petrolio. 

Nei mesi scorsi si è riunita a Parigi la Commissione trasporti marittimi della Camera di Commercio Internazionale, presieduta da Emanuele Grimaldi. Bene, cosa è emerso subito dopo aver sottolineato la necessità di un mercato marittimo libero? Che il trasporto marittimo, a fronte della mole impressionante delle operazioni a livello globale, petroliere comprese, è di gran lunga il più sicuro! 

Ma ecco i dati su cui riflettere: 800mila navi attive in tutto il mondo che movimentano  400 milioni di tonnellate di merce all’anno, pari al 97% del commercio mondiale; in questo contesto al trasporto marittimo di merci è imputabile solo il 3% del consumo energetico mondiale ed il 7% dell’inquinamento, sempre a livello mondiale. Per quanto attiene l’inquinamento marino, i trasporti marittimi ne sono responsabili solo per il 12%. La quota residua è imputabile per il 44% agli scarichi terrestri, per il 33% alle fonti atmosferiche, per il 10% agli scarichi (dumping) e per l’1% alle trivellazioni. Anche in relazione all’inquinamento marino derivante esclusivamente dalle emissioni di petrolio ed oli derivati in mare, al trasporto marittimo è imputabile una quota molto contenuta.

L’impatto ambientale del trasporto marittimo è, pertanto, in termini assoluti oggettivamente contenuto, se poi viene rapportato ai quantitativi di merci movimentate ed alle distanze coperte, ovvero alle tonnellate/km prodotte, diventa irrisorio rispetto a quello di altre delle altre modalità di trasporto. “Appare singolare – ha infatti commentato il presidente Grimaldi – che si trascuri il cabotaggio marittimo (cioè il libero scambio marittimo tra stati membri) che non solo presenta il vantaggio di minimizzare l’impatto ambientale, ma risulta anche economicamente vantaggioso per la maggior parte dei traffici”.

Dunque sono i dati a dimostrare la superficialità della crociata al petrolio.

Prendiamo il caso di Genova.  Bene, qui il problema si è registrato a terra e non in mare e tutto si è risolto per il meglio grazie alla straordinaria capacità di intervento immediato di tutte le forze in campo. Sotto accusa, difatti, la pessima manutenzione dell’oleodotto da parte della Iplom. Il tubo dal quale sono sversati 700 m3 di petrolio nel torrente Polcevera era diventato troppo sottile, al di sotto della soglia di sicurezza (che è del 50%). A quanto pare, l’azienda, pur sapendolo, non era ancora intervenuta. La tubazione aveva più che dimezzato il suo spessore: da 8 a 3 mm. Palese che, in quelle condizioni, l’impianto non potesse funzionare. Peraltro già tre anni fa un rapporto interno della stessa azienda segnalava almeno 25 punti a rischio nell’oleodotto nel tragitto fino al porto petroli (fonte Secolo XIX del 16 aprile). La frana dovuta alla pioggia insistente dei giorni precedenti ha fatto la sua parte. 

Cosa ci insegna questo?

 1°) che il sistema dei controlli deve essere al limite della perfezione schizofrenica in tutta la filiera del petrolio: dall’estrazione al prodotto finito, sia a terra che in mare, sia per la parte pubblica che privata;

2°) che la tassazione nel settore va riorganizzata.

Comunque va ribadito, dati alla mano, che gli incidenti che riguardano il trasporto marittimo sono davvero esigui in rapporto agli altri vettori sia per chilometri percorsi che quantità di merce. Certo, fanno più rumore, specie mediaticamente. Come nel caso dei disastri aerei. Ma nessuno si sognerebbe di dire “stop da domani non si vola più”. E questo è curioso, perché se gli ambientalisti volessero veramente analizzare i dati dell’inquinamento atmosferico ed acustico derivante dall’aviazione civile e militare… be’ il quadro si rivelerebbe a dir poco allarmante. A voler contestualizzare poi cambiamenti climatici e scie chimiche… ma questa è un’altra storia.

Dunque, non si comprende perché voler osteggiare un’attività sicura e che genera ricchezza ma che è suscettibile, come tutte le attività umane non di mero errore, ma mancata osservanza delle regole. E’ questo il punto dolens:  il rispetto draconiano, maniacale delle severe norme di sicurezza che esistono, sugli impianti a terra come già avviene in mare!

E’ il caso di rimarcare, ove fosse sfuggito, che la maggior fonte di inquinamento marino è dovuta agli scarichi terrestri, in primis quelli fognari. Ovvero quelli che puntualmente ogni estate fanno scattare i divieti di balneazione, anche in località turistiche di grido; clamoroso fu il caso di Sorrento lo scorso anno e classico quello che si ripete per la spiaggia di Pane e Pomodoro a Bari o per quella di Lido Bruno nella nostra San Vito, dove sfocia al largo la condotta sottomarina (o quel che ne resta...). 

Qual è la soluzione? Mettere i sigilli ai nostri bagni? Ovvio, no. La soluzione è l’efficientamento e l’ampliamento della rete dei depuratori e delle condotte fognanti che, davvero, fanno schifo a causa degli scarsi controlli e della inesistente manutenzione.

Basti pensare, poi, alle orde di bagnanti maleducati… lo scempio che lasciano sulle spiagge ed in acqua nonostante i contenitori per i rifiuti. Inibiamo l’uso delle spiagge?!

Ma voglio soffermarsi ancora sul tema della sicurezza. Andiamo per questo a Trieste, il primo porto petrolifero del Mediterraneo, primato scippato a Marsiglia. Nel 2015 sono sbarcate 499 petroliere per un totale di 40 milioni e 700mila tonnellate di petrolio. Quest’anno si è aperto anche il fronte del greggio made in Usa con la nave “Theo T” partita da Corpus Christi in Texas. Un corridoio che non farà altro che confermare la leadership di questo terminal petrolifero anche nel 2016. In questo scalo battuto dalla bora, gelido vento che soffia da NNE con raffiche che superano i 150-160 km/h, le operazioni di carico e scarico del greggio di queste 500 petroliere, più le altri navi, è avvenuto perfettamente senza intoppi né incidenti, in condizioni di massima sicurezza, nonostante le condizioni meteo spesso fossero sfavorevoli anche durante l’estate, proprio a causa dei forti venti. 

Ora, pensare di bloccare questi traffici è impensabile ed irrealistico in quanto oltre la grave crisi occupazionale che ne deriverebbe, si rischierebbe di lasciare a secco una parte dell’Europa nord-orientale che di petrolio ne importa e ne raffina tanto. L’oleodotto che passa da Trieste, infatti, il cosiddetto Tal (TransAlpinePipeline) garantisce il 90% del fabbisogno dell’Austria, il 40% della Germania (ma il 100% della Baviera e del Baden-Wuttemberg) ed il 40% della Repubblica Ceca che, peraltro, possiede anche il 5% delle azioni Tal. Tal che lo scorso settembre ha sottoscritto, attraverso la sua controllata Siot, con l’Autorità portuale triestina una nuova concessione di 50 anni. Lavoro che continuerà così ad essere garantito alle oltre 600 persone tra dirette in indotto, con indubbi benefici economici per tutta l’area triestina. Si pensi che solo nel 2014 il fatturato della Tal è stato di 82,3 milioni di euro, con un traffico di oltre 40 milioni di tonnellate di petrolio del valore di oltre 20 miliardi di euro e 6-7 milioni di tasse portuali pagate ed altri 6 milioni per ulteriori servizi tecno-nautici. Rilevante anche il fatturato dei rimorchiatori locali: 11 milioni di euro l’anno! (fonte Euromerci).

Insomma, bisogna inculcare ed inculcarsi che le navi, anche le petroliere, rappresentano un beneficio, una ricchezza perché danno e riversano lavoro non solo agli operatori portuali in maniera diretta, ma a tutta una serie di figure professionali impegnate a garantire assistenza e servizi a personale di bordo e passeggeri: agenzie marittime, spedizionieri, società di autotrasporti, piloti, ormeggiatori, rimorchiatori, società di motobarche, periti navali e chimici, periti merceologici, ecoservizi (guardie ai fuochi) imprese portuali, fornitori di bunker e acqua, provveditori marittimi (viveri, dotazioni di bordo), avvisatore marittimo, personale addetto agli impianti marittimi delle stesse industrie, alberghi, ristoranti, banche, taxi, officine varie (per interventi a bordo delle navi), medici generici e specialisti, farmacie, agenti di viaggio, legali marittimisti, raccolta rifiuti, imprese di pulizia uffici portuali, di pulizia banchine, società di prevenzione inquinamento, società per il recupero di acque di sentina e morchie oleose, corrieri, personale autorità portuale. Capitaneria di Porto, Dogana, Guardia di Finanza, Polizia marittima, sanità marittima, ufficio veterinario, ufficio fitopatologico.

A quanti, poi, parlano a vanvera di intasamento del Golfo di Taranto per via delle navi, chiedo allora a cosa mai debba servire un porto se non a far attraccare le navi! Costoro non hanno cognizione di causa alcuna. In porto, infatti, può entrare una sola nave per volta rispettando un rigidissimo procedurale a cura della Capitaneria di Porto proprio per garantire il massimo rispetto della sicurezza e dell’ambiente.

Ed in tal contesto vi è un inciso da evidenziare: il porto non si regge senza le navi Eni ed Ilva (milioni di euro l’anno riversati sul territorio tra tasse, concessioni e servizi che pagano), soprattutto ora che il settore containers è fermo per via dei lavori di ampliamento e dragaggio, divenuti una tela di Penelope per via dei ricorsi senza fine e di questa idiota burocrazia! 

Del resto la confusione qui regna sovrana. Sì, perché gli adepti del partito del no avversano aspramente anche le energie rinnovabili: le pale eoliche no perché deturpano i paesaggi; i pannelli fotovoltaici no sia perché antiestetici sia perché tolgono campi all’agricoltura; biomasse no perché anche queste sottraggono terreni all’agricoltura.

No ai combustibili fossili, no alle rinnovabili… quali sono le alternative? 

E’ inutile raccontare chiacchiere. Per i prossimi decenni saremo ancora sotto la dittatura del petrolio, che piaccia o non piaccia. Fino a quando le rinnovabili non dimostreranno di poter parimenti sostituirlo sia come efficienza che come rete di copertura, sia come standard di sicurezza e, fatto non trascurabile, accessibilità a tutti dal punto di vista infrastrutturale ed economico e che possa non solo garantire gli stessi posti di lavoro ma possibilmente aumentarli. E, aspetto non scontato, va valutato il reale impatto ambientale!

Ma tutto ciò presuppone, come detto prima, una seria politica energetico-industriale da parte non solo dell’Italia, ma dell’Ue senza cui oggi, purtroppo, non si muove foglia che essa non voglia. Ma se la gestione dell’energia europea dovesse essere come quella che è stata finora sul piano economico-finanziario o sul fronte della crisi degli immigrati… be’ c’è davvero poco di cui fidarsi e star tranquilli!

Ed allora, in attesa di valide alternative, ben venga il vecchio, brutto ma utile petrolio!

 

Valentino Gennarini

Agente marittimo

 

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